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Byron e Livorno

13 domenica Apr 2025

Posted by Matteo Giunti in Article

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Tag

Byron, Leghorn, Livorno, Old English Cemetery Livorno, Shelley, Webb

di Piero Posarelli

L’EROE ROMANTICO ARRIVA A LIVORNO

Quando, tra il 17 e il 20 Maggio 1822, il trentaquattrenne Lord Byron giunse a  Livorno per un soggiorno che sarebbe durato sei settimane, era sicuramente uno dei personaggi più importanti del momento. Era non solo il più grande poeta inglese del suo tempo, ma anche il punto di riferimento di tutta la gioventù progressista dell’epoca. Era un ribelle, un patriota, appoggiava tutti i movimenti rivoluzionari europei ed era considerato una sorta di “eroe”, anzi era proprio il prototipo dell’eroe romantico. Il “Byronismo”, cioè le sue idee, i suoi atteggiamenti, perfino il suo modo di vestire, influenzavano, ed avrebbero influenzato a lungo, le giovani generazioni europee.

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Statua di Byron nei giardini di Villa Borghese a Roma. Copia di una statua scolpita nel 1831-34 dallo scultore danese Bertel Thorvaldsen che soggiornò  a Montenero.
(Foto da Internet, blogcamminarenellastoria.wordpress.com)

Non era però la prima volta che Byron veniva a Livorno. I suoi rapporti con la città labronica erano iniziati da quando il poeta inglese, il 1° Novembre 1821, era andato ad abitare a Pisa che era una città apprezzatissima per le sue bellezze artistiche, per la cultura e per i meravigliosi tramonti sull’Arno, ma anche poco viva, poco commerciale, come era invece Livorno. Sia Byron che l’altro grande poeta romantico inglese Percy Shelley, amico di Byron e soggiornante a Pisa nello stesso periodo, venivano infatti a Livorno per fare acquisti e avevano a Livorno il loro banchiere, James Webb[i], ed il loro agente commerciale, Henry Dunn[ii], entrambi mercanti inglesi abitanti a Livorno. Il motivo per cui Byron si trasferì a Pisa e poi a Livorno è da cercare nel suo amore per una donna, la Contessa Teresa Gamba Guiccioli, conosciuta a Venezia nel 1819. Teresa fu la donna che riuscì a “domare” Byron, un libertino impenitente, un donnaiolo che approfittava del fascino irresistibile che esercitava sulle donne. Le sue relazioni erano però di breve durata, le donne gli piacevano, ma raramente se ne innamorava. Non si era innamorato neanche di Claire Clairmont, sorella acquisita di Mary Shelley, che gli aveva dato una bambina: inizialmente il poeta aveva abbandonato madre e figlia, poi, anche su insistenza dell’amico Shelley, aveva accettato di tenere con sé la bambina, a patto che Claire scomparisse dalla sua vita.


[i]John Webb, presente a Livorno fin dagli inizi degli anni ’90 del ‘700, godeva di grande reputazione e, oltre a commerciare in spezie, svolgeva anche operazioni finanziarie. Era infatti conosciuto come banchiere di Byron e di Shelley, ma anche dell’Imperatore messicano Iturbide e di molti altri. Webb si sposò nel 1802 con Ann James, molto probabilmente una cugina, ed ebbe una figlia, anche lei di nome Ann. Nel 1813 acquistò la villa dalla famiglia Finocchietti, di origine francese (Fenouillet), ma presente a Livorno dal 1646. La villa, tuttora esistente, è nota anche come Villa Borsi e si trova nell’attuale Via dell’Ambrogiana. La ditta di John Webb, nel 1818, risulta chiamarsi “Webb-James”, probabilmente perché un nipote di John, di nome John James, divenne suo socio. Sempre nel 1818 nella ditta entrarono altri nuovi soci, tra cui Federico Mayer, fratello di Enrico, noto pedagogista livornese. Nel 1829 John Webb morì e fu sepolto nel Vecchio Cimitero Inglese, dove si può ancora ammirare la sua tomba, di pregevole fattura. In quello stesso anno la figlia Ann sposò il cugino John James e il matrimonio fu celebrato proprio nella villa di Via dell’Ambrogiana. La ditta Webb-James è tuttora esistente ed ha sede in Via delle Cateratte (cfr. Matteo Giunti, “I Webb-James: Reti familiari e commerciali” in “Un archivio di pietra: l’antico cimitero degli Inglesi a Livorno” a cura di Matteo Giunti e Giacomo Lorenzini, Pacini Editore s.p.a., Pisa 2013).

[ii] Henry Dunn (1776-1867) era un maltese, cittadino inglese, che era proprietario, fin dal 1814, di un ricco emporio in Via Grande al numero 1228 dove, nel Luglio 1822, Byron e Shelley si salutarono per l’ultima volta. Dunn agiva come un agente commerciale per Byron e per molti altri cittadini inglesi che si trovavano a Livorno o che, comunque, spedivano o ricevevano merci via mare. Quando la piccola Allegra, figlia di Byron, morì, fu proprio a lui che Byron si rivolse per occuparsi della spedizione via mare da Livorno a Londra della bara della bambina. Il suo nome è spesso citato nelle lettere e nei diari di vari personaggi inglesi dell’epoca. E’ sepolto nel “nuovo” Cimitero Inglese di Via Pera.

Il busto di Teresa Gamba Guiccioli eseguito da Lorenzo Bartolini nel 1821. Modello in gesso
nella Galleria Comunale di Prato. (Foto da Internet, catalogo.beniculturali.it)

Con Teresa però era diverso. Byron la seguì da Venezia a Ravenna, dove lei abitava insieme al marito, il Conte Guiccioli, dal quale si separò. In seguito, quando la Contessa dovette lasciare la città insieme al padre e al fratello che avevano partecipato ai moti carbonari contro lo Stato Pontificio, il poeta andò ad abitare con loro a Pisa, nel più tollerante Granducato di Toscana.

I Gamba e i loro amici inglesi, tutti simpatizzanti per i patrioti italiani, non erano tuttavia ben visti neanche dalle autorità pisane, soprattutto dopo un grave episodio che li coinvolse: il 24 Marzo 1822 Byron, Shelley, Pietro Gamba, fratello di Teresa, e altri amici inglesi stavano tornando a cavallo in città dopo una delle loro esercitazioni con le pistole nella Villa La Podera, a Cisanello, quando ebbero uno scontro con  il Sergente dei Dragoni Toscani Stefano Masi e con le guardie della Porta alle Piagge. Lo scontro avvenne perché il Masi, cavalcando velocemente, aveva urtato uno degli Inglesi senza fermarsi né scusarsi. Nello scambio di colpi Shelley e un altro degli amici inglesi restarono leggermente feriti. Finita la scaramuccia, Byron sfidò il Masi a duello, ma intanto una folla si era radunata e i domestici di Byron, allertati, arrivarono armati. Uno di loro, credendo che i due stessero già duellando, colpì Masi allo stomaco, probabilmente con un forcone, ferendolo gravemente. Di quest’ultimo episodio fu testimone diretto Francesco Domenico Guerrazzi che era a Pisa per frequentare l’Università e che divenne poi un grande ammiratore di Byron.

Il Masi infine sopravvisse e il lungo seguito giudiziario si concluse con un’assoluzione generale, ma le autorità pisane fecero sapere ufficialmente ai Gamba (Byron era intoccabile) che la loro presenza in città non era gradita. I Gamba, con Byron, Shelley e altri amici, stavano già cercando da Febbraio una casa lontana dal clima cittadino per trascorrere l’estate e questo fatto fece accelerare la ricerca. Ne cercarono anche una che andasse bene per tutti, ma non fu possibile e così il 9 Aprile Byron firmò il contratto di affitto, dal 1° Maggio al 31 Ottobre, di una villa sulla collina di Montenero, nei dintorni di Livorno. Ai primi di Maggio vi si trasferirono i Gamba, mentre gli Shelley andarono ad abitare in una villa a San Terenzo, nel comune di Lerici, in provincia di La Spezia. Byron raggiunse i Gamba, come detto, tra il 17 e il 20 dello stesso mese, conservando però la sua abitazione pisana, il bel Palazzo Lanfranchi.

VILLA DELLE ROSE

La villa presa in affitto da Byron è chiamata “ Villa delle Rose”, è tuttora esistente e si trova in Via del Castellaccio, al termine di una stradina a poche centinaia di metri sulla sinistra dopo il bivio posto vicino al cimitero di Montenero.  Da molti è considerata la più bella delle ville antiche di Montenero. E’ conosciuta con molti nomi. Il nome “Villa delle Rose” deriva dalle rose che adornavano il suo giardino all’inglese, mentre altri nomi dipendono dai suoi proprietari: Villa Jermy, Villa Dupouy ed anche Villa Byron, nonostante il poeta vi abbia soggiornato soltanto per circa sei settimane. Altri nomi con cui veniva chiamata erano “Villa Rosa” o “Villa Rossa”, dal colore della sua facciata che il letterato e giornalista inglese Leigh Hunt, nella sua biografia, definì “color salmone”, un colore che è tuttora visibile sui suoi pur scalcinati muri.

L’ingresso di Villa delle Rose a Montenero, dove Byron soggiornò per sei settimane nel 1822.
(Foto dell’autore)

Sui muri esterni “color salmone” della villa sono poste quattro lapidi, dalle quali si può ricavare la storia della villa e di alcuni dei suoi passaggi di proprietà. Una di esse, ad esempio, oltre a ricordare il soggiorno di Byron, ricorda che vi abitava il “capo dei villici invitti”. Si tratta del leggendario Guerrino della Fonte di Santo Stefano o, secondo altre versioni, dell’altrettanto leggendario Ludovico di Antignano, a capo degli abitanti del contado livornese che nel 1496 combatterono vittoriosamente, insieme ai soldati di Firenze, contro la lega formata da  Pisa, Genova, Lucca, Siena, Milano e comandata dallo stesso Imperatore Massimiliano I d’Asburgo che intendeva restituire a Pisa il villaggio di Livorno, donato ai Fiorentini dal re francese Carlo VIII.

Un’altra lapide fu posta dalla Nazione (cioè dalla comunità) inglese di Livorno per ringraziare il commerciante inglese Francis Jermy che si stabilì a Livorno nel 1740 e che, quando morì nel 1781, non avendo eredi diretti, lasciò la villa, ereditata dal padre, alla Nazione Inglese stessa. Francis Jermy fu sepolto nel Cimitero Inglese di Via Verdi, dove si può ancora ammirare la sua sepoltura che fu commissionata dal Console Britannico a Livorno John Udney, al quale Jermy aveva lasciato in eredità 5.000 sterline e tutti i dipinti che possedeva.

La terza lapide sul muro della villa testimonia la vendita della stessa da parte della Nazione Inglese al negoziante livornese Giovan Nicola Bertolla nel 1784.

Nel 1790 la villa fu acquistata da Abraham Culely, mercante di Costantinopoli, che fece costruire nel vasto giardino una moschea, non più esistente.

In seguito, nel 1793, la villa fu acquistata dal Conte Pietro Dupouy, facoltoso banchiere basco, che ne era proprietario quando la villa fu affittata a Byron e ai Gamba. Byron stesso la chiama infatti Villa Dupouy, ma questo nome può portare ad equivoci perché esiste, sulla cima di Monterotondo, una piccola collina nei dintorni di Livorno, un’altra villa del banchiere, anch’essa chiamata Villa Dupouy, che fu semidistrutta da un bombardamento aereo durante la seconda guerra mondiale ed oggi, abbandonata, è ormai quasi ridotta a un rudere.

E’ a Pietro Dupouy che si deve la credenza che la Villa delle Rose sia infestata da un fantasma. Si narra infatti che il Conte sorprese la figlia, che lui voleva rinchiudere in convento, insieme all’amante in una camera della villa stessa. Accecato dall’ira, li uccise entrambi con la sua spada. Da quel giorno, ovviamente, il fantasma della ragazza avrebbe continuato a vagare per le stanze di Villa delle Rose.

Nel corso degli anni successivi la villa ha avuto vari proprietari. Nel ‘900 ospitò anche i profughi della prima guerra mondiale e fu sede clandestina del Comitato di Liberazione Nazionale durante la seconda guerra mondiale, come ricorda la quarta lapide posta sulla facciata.  La villa, dopo altri passaggi di proprietà, fu messa all’asta nel 2008 e fu acquistata da privati, ma non è mai stata restaurata. Attualmente versa in grave degrado: la sua facciata è scrostata, il giardino abbandonato alle erbacce e gli affreschi al suo interno stanno scomparendo.

LE NAVI AMERICANE E LA ROSA LIVORNESE

Appena giunto a Montenero, il 21 Maggio, Byron fu invitato a visitare due navi da guerra americane che erano ormeggiate nel porto di Livorno: la leggendaria fregata “Constitution”, ammiraglia della squadra navale inglese operante nel Mediterraneo al comando del Commodoro Jacob Jones, ela corvetta “Ontario”. Dalla lettera che il poeta scrisse il 26 maggio a John Murray, suo editore e amico, sappiamo, a dimostrazione del grande prestigio di cui godeva il poeta, che fu accolto con tutti gli onori, con salve di cannone e schieramento dell’equipaggio, e che il Comandante della “Ontario”, Wolcott Chauncey, che era sicuramente un suo ammiratore, gli mostrò una edizione americana delle sue poesie[i].

Byron, nella sua lettera, racconta anche che a bordo della “Constitution” “una signora americana”, che sappiamo essere Catharine Potter Stith[ii], gli chiese di regalarle una rosa del mazzo che il poeta aveva con sé. Il mazzo di rose gli era stato dato quella mattina da una “signora italiana molto graziosa”. Naturalmente Byron esaudì la richiesta della signora Potter, ma, il giorno seguente, le inviò anche in dono una traduzione in inglese del “Faust” di Goethe con dedica, pensando che la rosa fosse un qualcosa di troppo effimero, che non sarebbe stata una memoria duratura di quell’avvenimento. Si sbagliava: quella rosa è giunta fino a noi, seccata e chiusa tra due lastre di vetro con una cornice di legno. Si trova nella biblioteca dell’Università di Yale cui è stata donata da Ann Florence Stith, figlia di Catharine.

Modello della fregata “Constitution” costruito da Roberto Baronti. La nave era chiamata anche “Old Ironsides” perché le sue fiancate erano resistenti alle cannonate e, grazie alla loro innovativa linea lunga e alta, consentivano una grande capacità di fuoco. La nave era così popolare che fu conservata, restaurata e, nel 1997, dopo un secolo dall’ultima uscita in mare, messa di nuovo in grado di navigare.
(Foto di Roberto Baronti)

[i] “Byron’s correspondence and journals 14: from Pisa, October 1821-October 1822” Edited by Peter Cochran,   “Byron to John Murray, from Montenero, May 26th 1822” pag. 77 (Source: text from NLS Ms.434892; LJ VI 69-75; QII 695-7; BLJ IX 163-5). Da Internet: petercochran.wordpress.com.

[ii] Catharine Potter, nata nel 1795 a Filadelfia, era moglie del Capitano Townshend Stith che era Console americano a Tunisi. Nella città africana era nato, nel 1820, il loro primo figlio, Bolling Buckner Africanus Stith che era poi morto, a soli due anni di età, proprio a Livorno, nel Marzo 1822. La sua tomba si trova nel vecchio cimitero inglese di Via Verdi. Sempre a Livorno, nel Novembre 1822, nacque la loro figlia Ann Florence. Dopo la morte del marito, nel 1824, Catharine, con Ann Florence e l’altra figlia Victorina, tornò a Filadelfia dove aprì una scuola per ragazze. Fu anche autrice di un libro sull’educazione femminile e di un breve racconto. Catharine fu anche autrice di vari componimenti musicali e insegnante di musica.


La “Rosa di Byron” conservata all’Università di Yale. (Foto da Internet, collections.library.yale.edu/catalog/3245908. Image id 32459092)

Alcuni ufficiali delle navi hanno lasciato degli scritti sull’avvenimento e uno di essi, Charles Heyer Bell, imbarcato sulla “Ontario”, ci ha lasciato anche una minuziosa, interessante descrizione dell’aspetto fisico del poeta.“Lord Byron è alto circa cinque piedi e nove o dieci pollici[i], di robusta costituzione, con occhi penetranti ed espressivi di colore tra l’azzurro e il grigio. La sua fronte è alta e ben formata, i capelli sono, o piuttosto sono stati, castano chiari, ma, attualmente, sono quasi tutti grigi, li porta corti davanti ma abbastanza lunghi dietro alle orecchie e al collo; sono naturalmente ricci. I suoi denti sono molto belli e quando sorride il suo volto assume un’espressione molto amabile, la carnagione è chiara. Il suo piede destro è almeno un terzo più corto del sinistro, zoppica quando cammina velocemente, ma non quando cammina lentamente e i suoi piedi non sono storti come è stato detto da alcuni…E’ di modi affabili e di piacevole conversazione” [ii].


[i] Circa 1,77 metri.

[ii] C. Herbert Gilliland, “The Byron Journal”, Liverpool University Press, Volume 45, N. 1, 2017,  pp. 67-68. Da Internet: muse.jhd.edu. Traduzione dell’autore.

I DUE RITRATTI

Sempre nella lettera del 26 Maggio a John Murray, Byron afferma di avere a sua volta ricevuto una lettera nella quale gli veniva richiesto di farsi fare un ritratto per “alcuni americani”. La lettera gli era stata inviata il giorno precedente da George H. Bruen, un ricco mercante americano, mecenate di artisti, che si trovava in quei giorni a Livorno. Bruen gli chiedeva di permettere al suo “amico, il Signor West del Mississippi”, di fargli un ritratto per l’Accademia di Belle Arti di New York. Bruen proseguiva scrivendo, a ulteriore conferma del prestigio di Byron:

 “Non mi sarei mai permesso di fare questa richiesta a Vostra Signoria se non sapessi quanto varrebbe nel nostro paese avere un ritratto di Lord Byron dipinto da un Americano che gode in patria di una buona reputazione”[i].

In effetti, William Edward West era un pittore abbastanza rinomato negli Stati Uniti e, in quel periodo, si trovava a Firenze per studiare la pittura toscana. Byron accettò la richiesta come un onore e West, accompagnato da Bruen, andò a Montenero, alla “Villa Rossa”, come il pittore la chiamava, per eseguire il ritratto. West ha lasciato un suo manoscritto dove descrive tutta la vicenda con dovizia di particolari, ma, forse perché scrisse parecchio tempo dopo il fatto, sbaglia qualche data. Il pittore afferma infatti che Bruen scrisse a Byron “di Luglio”, mentre sappiamo che la richiesta fu scritta il 25 Maggio. Scrive anche che Bruen e lui andarono a Livorno “in Agosto”, mentre Byron lasciò Livorno ai primi di Luglio.

Errori di data a parte, il manoscritto è estremamente interessante. Vi si trova, ad esempio, una descrizione dell’aspetto fisico, dell’abbigliamento e dei modi estremamente gentili e amichevoli del poeta, con alcune notazioni diverse dalla descrizione dell’ufficiale della nave “Ontario”:

“Ci ricevette con un certo imbarazzo, ma senza alcuna cerimonia…era piuttosto grasso e apparentemente effeminato…occhi azzurri o grigi, capelli scuri piuttosto lunghi…Indossava una redingote azzurra con un mantello sulle spalle, stivali color ruggine chiaro e pantaloni. Lo stile di un dandy a modo suo[ii].

West ci informa poi che nella villa c’era una “piccola cappella cattolica” e che Byron gli offrì un pasto con “pesce, pollame, lingua ecc.”. Il poeta, che mise a disposizione di West una carrozza per il percorso di andata e ritorno tra la città e Montenero, non era, a detta di West, un buon modello, perché “parlava per quasi tutto il tempo”, ma “era…familiare e amichevole”.

Un giorno, mentre stava dipingendo, West udì

“una voce dolce esclamare ‘è troppo bello!’. Alzai lo sguardo e vidi…una signora…riccioli d’oro le pendevano sul viso. Il suo aspetto era bellissimo, e stava sorridendo. Pensai che non avevo mai visto un volto dall’aspetto più romantico”[iii].

Naturalmente si trattava della Contessa Teresa Gamba, della quale Byron, come scrive West, si mostrava molto invaghito, tanto da chiedere al pittore di eseguire anche un ritratto di lei. I due amanti cominciarono così a posare entrambi e i due ritratti vennero eseguiti contemporaneamente. A causa delle vicende che seguirono, e che portarono Byron e i Gamba alla frettolosa partenza da Livorno, West non consegnò a Byron i due ritratti e li tenne con sé per completarli, ma il poeta, partito dopo poco per la Grecia, non li avrebbe mai visti.

   Ritratto di Lord Byron eseguito da William West alla Villa delle Rose. E’ l’ultimo ritratto fatto a Byron prima della sua morte. (Scottish National Portrait Gallery di Edimburgo)
Ritratto di Teresa Gamba eseguito da Wiliam West contemporaneamente a quello di Byron.
(Miami University, Oxford, Ohio)

[i] John Clubbe, “William Edward West’s Portrait of Teresa Guiccioli”, The Byron Journal N. 7, pag. 76. Dal sito internet doi.org/10.3828/BJ.1979.6. Traduzione dell’autore.

[ii] Estill Curtis Pennington, “Painting Lord Byron: An account by William Edward West”, pag. 19. Da Internet: www.jstor.org. Traduzione dell’autore.

[iii] Ivi, pag. 19. Traduzione dell’autore.

IL “BOLIVAR”

Tra gli argomenti di cui Byron parlava con West mentre posava per il ritratto, c’era anche la sua barca, il “Bolivar”,  che il poeta teneva ormeggiata nel porto di Livorno.

Si trattava di un tre alberi cabinato di circa 10 metri per 3 che Byron  pagò 750 sterline, una cifra che lo stesso poeta trovò eccessiva. Se la fece costruire dopo aver saputo che Shelley era stato convinto dall’amico John Trelawny, uno dei componenti della cerchia di amici inglesi residenti a Pisa, a farsi costruire una barca. Trelawny conosceva il Capitano Daniel Roberts che era stato in Marina con lui e che progettò e fece costruire per Shelley uno “schooner” che fu chiamato “Ariel”.

Naturalmente Byron non poteva essere da meno e si fece costruire, sempre da Roberts, il “Bolivar”, molto più grande dell’”Ariel”. La barca venne costruita a Genova e fu  affidata a Trelawny.

Il nome “Bolivar” derivava dal grande rivoluzionario venezuelano Simon Bolivar, detto “libertador”, che ai primi dell’800 guidò la lotta per l’indipendenza delle colonie spagnole del Sud America. Un nome che era quasi una provocazione verso i governanti italiani che vedevano in Bolivar il corrispondente sudamericano dei patrioti italiani.

Il 13 Giugno 1822 la barca, con a bordo Trelawny e Roberts, prese il mare dirigendosi verso  San Terenzo, dove abitava Shelley che gli si avvicinò con la sua barca. Mary Shelley ci racconta l’incontro:

“Alle 9 abbiamo visto un vascello nello stretto di Portovenere, simile a un brigantino da guerra. Era il ‘Bolivar’, con a bordo Roberts e Trelawny, che stava facendo rotta verso Livorno. Quando ci avvicinammo fummo salutati da sei salve. Abbiamo veleggiato insieme per mettere le barche alla prova: nessuna chance con loro per quanto riguarda la velocità, ma penso che abbiamo tenuto il vento altrettanto bene. E’ la barca più bella che abbia mai visto…”[i].

Quel giorno Edward Williams, coinquilino di Shelley, fece uno schizzo delle due barche che è conservato al British Museum di Londra.

“Ariel” e “Bolivar” nello schizzo di Williams. (da Internet, scrittinediti.wordpress.com)


[i] Julian Marshall, “The life and letters of Mary Wollstonecraft Shelley”, Vol 1, pag. 350,  Richard Bentley and Son, Londra 1889. Traduzione dell’autore.

Il “Bolivar” ripartì per Livorno il 16, condotto dal solo Trelawny perché Roberts rimase a San Terenzo.

Questo il racconto di West su quanto Byron gli disse riguardo alla barca:

“Aveva uno yacht nel porto di Livorno che chiamava “Bolivar”. I marinai della barca avevano la parola “Bolivar” scritta a grandi lettere sui berretti: una tale manifestazione di adesione ai principi repubblicani rappresentava una chiara condanna per qualsiasi governo dispotico. A Livorno facevano di tutto per ostacolarlo nell’uso del vascello. Non gli permettevano di uscire dal porto, né di rientrare, senza sottoporsi alla quarantena, mentre ai pescherecci era consentito di uscire e rientrare senza problemi. Si lamentava di questa situazione con grande amarezza”[i].

Ancora più forte la la sua lamentela sull’argomento in una lettera spedita il 26 Giugno a Edward J. Dawkins, Console Britannico a Firenze:

Come ulteriore esempio della gentilezza e civiltà delle autorità toscane verso di me, io sono obbligato a informarvi  che si rifiutano di darmi il permesso di navigare al di fuori del porto di Livorno con il mio piccolo yacht… Si sono anche rifiutati di farmi fornire una barca per recarmi i fuori dal porto (lontani dagli stabilimenti balneari che si trovano in acque poco profonde) per potermi spogliare quando esco per fare nuotate, cosa che preferisco naturalmente fare in acque profonde…Il mio yacht, che ha avuto il permesso di navigare a Genova senza problemi e che mi è costato una somma considerevole…è così reso perfettamente inutilizzabile da parte mia e la spesa interamente sprecata. E’ una cosetta di circa 22 tonnellate, bella da vedere e molto veloce. Non ha niente che non va, che io sappia, a meno che non si tratti del nome (il “Bolivar”). Ha tutte le carte in regola, come da controlli, e a bordo si trova solo l’equipaggio…”[ii].

Questi ostacoli posti al “Bolivar” potrebbe avere avuto un ruolo nella morte di Shelley. Quando, infatti, quest’ultimo salpò insieme a Williams con l’”Ariel” dal porto di Livorno il giorno 8 Luglio per andare a San Terenzo, Trelawny, preoccupato per le condizioni meteorologiche, avrebbe voluto accompagnarli con il “Bolivar”, ma non ottenne il permesso di salpare dalle autorità portuali. Poco dopo la partenza l’”Ariel” naufragò davanti a Viareggio e Shelley, Williams e il marinaio che era con loro persero la vita.

Sarebbe stato proprio il “Bolivar” che a metà Agosto avrebbe riportato a Livorno le ceneri del corpo di Shelley, ritrovato e cremato sulla spiaggia di Viareggio.

Soltanto un anno dopo averlo comprato, nella Primavera 2023, Byron, che doveva partire per la Grecia, vendette il “Bolivar” a Roberts, il suo progettista.


[i] Estill Curtis Pennington, cit. pag. 20. Traduzione dell’autore.

[ii] “Byron’s correspondence and journals 14: from Pisa, October 1821-October 1822”, cit., “Byron to Edward J. Dawkins, from Montenero, June 26th 1822”, pag.86 (Source: Harry Ransom Center, Texas, photocopy from microfilm; BLJ IX 178) [To, / H.E. / Edward Dawkins Esqre / Chargè d’Affaires / de S. M. B. aupres / S.A.I.M / Florence /Firenze.] Traduzione dell’autore.

LE GIORNATE A MONTENERO

Byron trascorreva le sue giornate livornesi non solo posando per il ritratto e scrivendo, ma anche dedicandosi a quotidiane cavalcate con amici, spesso fermandosi a esercitarsi con le pistole, cosa che allarmava non poco chi abitava nelle vicinanze. Sicuramente avrà fatto anche passeggiate, ma forse, come abbiamo visto, nessuna nuotata, nonostante la sua grande abilità di nuotatore e nonostante che Teresa avesse scelto Livorno come residenza estiva perché il medico le aveva consigliato di fare bagni di mare[i].

Non ci furono però solo occupazioni piacevoli. Ci fu anche, ad esempio, un grosso problema per l’approvvigionamento di acqua potabile, descritto con ricchezza di particolari da Pietro Vigo:

“Nell’aprile del 1822 l’illustre poeta prendeva in affitto con scrittura privata da Francesco Dupouy negoziante e banchiere di Livorno la villa presso la salita di Montenero, con stalle, rimessa e giardino al prezzo di 100 francesconi al mese. (Lit. 560). L’affitto incominciava il 1° di maggio e scadeva il 31 ottobre. Fra le comodità di questa villa non era certamente l’ultima quella per cui un’acqua pura e copiosa si offriva al conduttore per tutto il corso della stagione estiva in molte cisterne della villa e in diversi pozzi del circondario condotto; si asseriva che la capacità di queste cisterne ed i loro influenti erano tali da assicurare che non sarebbe mancata acqua nel corso dell’ estate…

Era questa una comodità essenziale al luogo, ed assolutamente necessaria all’ equipaggio ed ai personali bisogni di Lord Byron, sì difficile in proposito di acqua, che il suo stomaco non poteva riceverla se non distillata e dell’ ultima perfezione. Ma queste acque vennero tutto ad un tratto a mancare – per causa del caldo e della siccità veramente straordinaria – in quell’anno; onde furono ben presto insufficienti ai bisogni; della qual cosa sdegnato il Byron fece causa contro Francesco Dupouy, patrocinata in suo favore contro il ricco possidente e banchiere dal celebre avvocato toscano Federigo Del Rosso…Da Genova il Byron tentò una transazione più volte consigliata dal suo avvocato…Ma la transazione non ebbe effetto”[ii].

Questa la sentenza di condanna per Byron che fu emessa il 4 Luglio 1823, sentenza che è importante perché conferma la data del contratto di affitto della villa da parte di Byron, la sua durata e l’ammontare del canone di affitto:

“Atteso che il credito del signor Francesco Dupouy rimaneva pienamente giustificato dalla privata scritta di locazione in data del dì nove aprile 1822: attesoché niuna delle pretensioni dedotte dal signor Giorgio Noel Byron Pari d’ Inghilterra trovava il suo appoggio nella predetta scritta di locazione, né restava in veruna altra guisa giustificata; per questi motivi deliberò e deliberando previo la rejezione delle domande fatte per parte del nobile Lord Giorgio Noel Byron colla sua scrittura del 31 luglio 1822 ed inerendo alle istanze presentate in atti dal signor Francesco Dupouy colla sua scrittura del dì 14 settembre mille ottocento ventidue, dichiara il medesimo vero e legittimo creditore del summentovato Lord Giorgio Byron della somma e quantità di francesconi trecento per tre mesi di pigione scaduta e perciò condannò e condanna il suddetto Lord Byron al pagamento della somma che sopra e negl’interessi legali sulla medesima decorsi fino dal 14 settembre prossimo passato, giorno della fattane giudiciale domanda e decorrendi fino all’ effettivo pagamento e nelle spese sì giudiciali che utili da tassarsi e liquidarsi”[iii].

Pietro Vigo cita anche la fonte della sentenza:

“Il Processo Civile di Lord Byron può vedersi nell’Archivio Storico Cittadino di Livorno, filza di processi dal n. 1231 al n. 1250, anno 1822 ; e la sentenza in Sentenze e decreti emanati dal Magistrato civile e consolare di Livorno dal giugno al 30 luglio 1823 in Filza n. 3” [iv].

Una delle giornate livornesi più importanti fu per Byron quella in cui ricevette la graditissima visita di Lord Clare. Così il poeta la descrive in una lettera scritta a Thomas Moore, poeta irlandese suo amico, datata 8 Giugno 1822:

“Alcuni giorni fa il mio primo e più caro amico, Lord Clare, è arrivato da Genova allo scopo di vedermi prima di tornare in Inghilterra. Poiché gli ho sempre voluto bene (fin da quando avevo tredici anni, a Harrow) più di quanto ne abbia mai voluto a qualsiasi essere umano (maschio) esistente al mondo, non ho bisogno di dire quale piacere malinconico sia stato vederlo solo per un giorno perché doveva riprendere subito il suo viaggio”[v].

Com’è accennato nella lettera, Byron conobbe John Fitz Gibbon, secondo Conte di Clare, alla Harrow School di Londra, dove si iscrisse a tredici anni di età. Tra i due nacque una grande amicizia che sarebbe durata per tutta la vita, nonostante la lontananza. A Lord Clare, Byron dedicò anche una poesia, “Al Conte di Clare”, nella quale esalta il “purissimo splendore” della loro amicizia giovanile ed ogni volta che ha scritto di lui ha avuto grandi espressioni di affetto. L’amico Thomas Medwin riferisce che Byron, dopo la visita di Lord Clare, gli disse con le lacrime agli occhi “Ho il presentimento che non lo rivedrò mai più”[vi]. Purtroppo il presentimento si sarebbe avverato.

Dalle lettere scritte da Byron nel periodo livornese non risulta che abbia fatto visita a qualcuno, ma sul sito www.meer.com si trova uno scritto di Silvia Menicagli dove, senza citare le fonti, si dice che Byron si sarebbe recato, durante il suo soggiorno a Montenero, alla Villa Morazzana, non lontana da Villa delle Rose. Byron voleva conoscere il proprietario della villa, Tonin Del Furia, un ex bibliotecario che era fuggito da Firenze per le accuse di negromanzia ed esoterismo, argomenti cui il poeta inglese era interessato. Il Del Furia, però, non si trovava alla villa perché era improvvisamente scomparso. Dopo alcuni giorni venne ritrovato nell’Arno, ucciso con un colpo di pistola al volto.

Sicuramente una visita la fece Teresa Gamba che andò a trovare la Signora Elizabeth Cobley, moglie di James Partridge, che abitava a Villa Ombrosa, posta all’inizio della Via di Montenero, di fianco alla moderna chiesa dell’Apparizione.

I coniugi Partridge erano entrambi originari del Somerset e si erano trasferiti a Livorno probabilmente a metà degli anni ’70 del ‘700. Partridge era uno dei più ricchi mercanti inglesi residenti a Livorno, stimato anche per essere un cultore di scienze ed arti. Quando Teresa si recò a farle visita, Elizabeth era vedova da nove anni perché suo marito, a causa di problemi economici, si era suicidato sparandosi un colpo di pistola proprio nella villa dove, naturalmente, si dice che aleggi ancora il suo fantasma. James Partridge è sepolto nel vecchio Cimitero degli Inglesi di Via Verdi.

La Signora Partridge, dopo la visita, inviò a Teresa dei fiori e, come ringraziamento, Teresa copiò alcuni versi di Byron e glieli inviò con la firma del poeta.

Questa corrispondenza è citata da Francesco Pera che fa a sua volta riferimento a due biglietti scritti da Teresa e conservati nella collezione di Augusto Volpini[vii]. La data, riportata completa in uno dei due biglietti, è quella del 12 Aprile 1822 preceduta dalla parola “Montenero”. La cosa è un po’ strana perché, anche se il contrato di affitto era stato siglato il 9 Aprile, l’affitto partiva dal 1° Maggio e in tutte le biografie si legge che i Gamba si trasferirono a Montenero ai primi di Maggio. A sostegno del fatto che la data non sembra giusta, contribuiscono anche due lettere. La prima è di Mary Shelley che proprio il 12 Aprile 1822 scrive a Thomas Medwin: “Lord B passerà, credo, l’estate nelle vicinanze di Livorno”[viii]. Se Teresa fosse già andata ad abitare a Montenero, Mary non avrebbe certamente scritto quel “credo”. L’altra lettera è di Byron che il 24 Aprile scrive al Console Dawkins: “…risiederò per l’estate vicino a Livorno, forse…”[ix], e per quel “forse” si può fare la stessa valutazione fatta per il precedente “credo”. Soprattutto, però contribuisce il diario di Mary Shelley che, alla data del 19 Aprile 1822, scrive: “Un colloquio a casa di TG”[x], dove TG sta per Teresa Guiccioli e il colloquio è quello col Cancelliere Lapini, mandato da Firenze a Pisa per indagare sull’incidente con il Sergente Masi[xi]. Teresa in quei giorni abitava quindi sicuramente a Pisa.

Sulla sinistra l’esterno di Villa Ombrosa nel 2023, di fronte alla Chiesa dell’Apparizione.
(Foto dell’autore)

[i] Cfr. “Byron’s correspondence and journals 14: from Pisa, October 1821-October 1822”, cit., “ Byron to Edward J. Dawkins, from the Villa Dupuy, Montenero, June 7th 1822” pag.81. (Source: Harry Ransom Center, Texas, photocopy from microfilm; BLJ IX 168-9) [A.S.E. / Monsieur / Monsieur Dawkins / Chargè d’Affaires / de S. M. B. / aupres S.A.J.M / Florence / Firenze. Da Internet: petercochran.wordpress.com.

[ii] Pietro Vigo, “Montenero”, Fabbreschi, Livorno 1902 pagg. 322-323.

[iii] Ivi, pagg. 323-324.

[iv] Ivi, nota n. 1 pag 324.

[v] “Byron’s correspondence and journals 14: from Pisa, October 1821-October 1822”, cit., “Byron to Thomas Moore, from Montenero, June 8th 1822” pag. 82 (Source: Ms. not found; text from Moore’s Life II 599-601; LJ VI 78-82; QII 698-700; BLJ IX 170-1). Traduzione dell’autore.

[vi]  Thomas More, “The life, letters and journals of lord Byron”,  John Murray Londra 1844, pag 567.

[vii] Francesco Pera, “Curiosità livornesi inedite o rare”, Giusti, Livorno 1888, pag. 487.

[viii] “Byron’s correspondence and journals 14: from Pisa, October 1821-October 1822”, cit., “Mary Shelley to Thomas Medwin, from Pisa, April 12th 1822” pag. 58 (Source: text from Harrow School Library A1902.35; BLJ IX 139-40). Traduzione dell’autore.

[ix] Ivi, “Byron to Edward J. Dawkins from Pisa, April 24th 1822” pag. 66. (Source: Harry Ransom Center, photocopy from microfilm; BLJ IX 148) [A.S.E. / Monsieur/ Monsieur Dawkins / &C.&C.&C. Florence / Firenze.]. Traduzione dell’autore. 

[x] Mary Shelley, “The journals of Mary Shelley 1814-1844”, vol I, Paula E. Feedman and Diana Scott Kilvert, Oxford Clarendon Press, 1987, pag. 408. Traduzione dell’autore.

[xi] Ivi, nota n. 1 pag 408.

LA PARTENZA DA LIVORNO

Ad aggravare i già burrascosi rapporti con le autorità toscane, avvenne un grave episodio a Villa delle Rose. Da un resoconto della polizia livornese, risulta infatti che il 28 Giugno 1822, alle cinque del pomeriggio, ci fu uno scontro tra alcuni domestici di Byron che coinvolse anche il Conte Pietro Gamba. Il Conte fu leggermente ferito da una coltellata di un domestico. Byron impugnò anche una pistola e alla fine il domestico fuggì.

Dell’episodio esiste, tra le altre, anche una diretta testimonianza da parte di Leigh Hunt, poeta, romanziere, giornalista e saggista inglese, grande amico di Shelley. Hunt era appena arrivato dall’Inghilterra per fondare un giornale, “The Liberal”, insieme a Shelley e Byron. Appena giunto a Livorno, si recò subito a trovare Byron a Montenero proprio in corrispondenza di questo avvenimento, da lui descritto nella sua autobiografia:

  “… La giornata era molto calda e anche la strada per Montenero era molto calda, attraverso la polverosa periferia, e quando sono arrivato ho trovato la casa dall’aspetto più caldo che avessi mai visto. Era color salmone. Pensate a questo colore lucente sopra la campagna nel caldo sole italiano!

Ma il calore più forte era all’interno. …Lord Byron…mi condusse in una stanza interna e mi presentò a Madame Guiccioli, allora molto giovane e bella, che era in uno stato di grande agitazione … Il Conte Pietro, suo fratello, entrò subito dopo, anche lui in stato di agitazione, con un braccio fasciato.

Mi spiegarono che, essendo scoppiata una lite fra i servitori, il Conte si era intromesso ed era stato colpito da una coltellata. Era molto arrabbiato. Madame Guiccioli lo era molto di più e non poteva accettare i commenti  di Lord Byron che cercava di alleggerire la questione. Sembrava che fosse in gioco l’onore del loro paese.

C’era però qualcosa di peggio perché…l’autore della coltellata minacciava di darne altre e in quel momento stava fuori dalla porta del giardino con la dichiarata intenzione di aggredire chiunque uscisse. Io guardai fuori dalla finestra e vidi i suoi occhi lampeggiare come quelli di una tigre. Indossava un cappello da sanculotto ed aveva un aspetto sinistro.

Non so quanto tempo fosse passato, ma era arrivata l’ora in cui di solito Lord Byron faceva una cavalcata con i suoi amici e la faccenda doveva essere risolta. Un servitore era stato mandato a chiamare la polizia, ma non era ancora tornato. … Ci dirigemmo tutti verso la porta ciascuno spingendo  per avere l’onore di uscire per primo, quando la tragica vicenda fu risolta dall’uomo che si gettò su una panchina, stese le braccia e scoppiò in pianto, si inchinò piangendo e lamentandosi, e chiedendo perdono per il suo gesto. … Il nobile Lord … lo perdonò, ma gli disse che non doveva illudersi di rimanere al suo servizio, mentre l’uomo continuava a piangere, lamentarsi e baciare la sua mano. …Il Conte Pietro accettò di stringergli la mano, ma l’uomo dovette  andarsene…”[i].

La faccenda si era chiusa pacificamente, ma nel resoconto della polizia si legge anche che nella villa vi erano continui problemi e che la costante pratica con le pistole, che Byron e i suoi continuavano a esercitare, causava allarme tra chi abitava nelle vicinanze.  Prendendo spunto da questo incidente, che seguiva quello avvenuto a Pisa col grave ferimento del Masi, le autorità toscane decretarono l’allontanamento dei Gamba entro il 4 Luglio, visto anche il loro precedente coinvolgimento nei moti carbonari. Naturalmente anche Byron, come abbiamo visto profondamente irritato con le autorità toscane, si allontanò subito da Livorno, tornando a Pisa e lasciando, poco dopo, anche la Toscana per la Liguria, dove si erano trasferiti i Gamba. Ma non sarà per sempre.


[i] Leigh Hunt, “The autobiography of Leigh Hunt”, Smith, Elder and co., 65 Cornhill, Londra, 1860, pagg. 315-317. Traduzione dell’autore.

L’ULTIMO PASSAGGIO

La partenza da Livorno ai primi di Luglio 1822 non fu un addio definitivo. L’anno seguente, infatti, Byron vi tornò, anche se solo di passaggio, diretto in Grecia. Da tempo il poeta aveva l’intenzione di dare il suo contributo per la libertà di quel paese, ma l’amore per Teresa l’aveva trattenuto in Italia.  Nel 1823 però, sollecitato da Pietro Gamba che era deluso dal fallimento dei moti carbonari e dal trattamento ricevuto in Toscana, si decise a partire e noleggiò per un mese la nave “Hercules”, al comando del Capitano John Scott. Probabilmente il poeta cominciava anche a sentire meno forte il legame con Teresa, disperata per la sua decisione.

Di Pietro Gamba, oltre alle lettere, esiste un resoconto particolareggiato di tutta la spedizione in Grecia che fu pubblicato per la prima volta in Inglese nel 1825[i]  e che fornisce molti dati preziosi. Sulla partenza da Genova, ad esempio, Gamba scrive che con loro si imbarcarono otto domestici di Byron, Trelawny, il Dottor Bruno, come medico di bordo[ii], e il Principe greco Costantino Skilitzy, proveniente dalla Russia e parente del Principe Maurocordato[iii]. Nella stiva si trovavano anche cinque cavalli e, probabilmente anche altri animali che Byron era solito tenere con sé.

Per quanto riguarda la data di partenza da Genova, Byron scrive sul suo diario alla data del 28 Settembre 1823, mentre si trova a Cefalonia:

“Il sedici (credo) di Luglio sono salpato da Genova sul brigantino inglese “Hercules” – Comandante John Scott – Il 17 una burrasca di vento che crea confusione e minaccia di arrecare danni ai cavalli nella stiva – siamo tornati nelle stesso porto – dove siamo rimasti per altre 24 ore e poi abbiamo ripreso il mare – Fatto tappa a Livorno…”[iv].

Stando a quanto scrive Byron, pur non completamente sicuro, la partenza sarebbe quindi avvenuta il 18 Luglio e la data è confermata da una lettera scritta da Pietro Gamba alla sorella Teresa il 22 Luglio:

“(Livorno) / Alla Sig.ra Con.sa Teresa Gamba Guiccioli / a Bologna / Livorno / July 22d. 1823 / Carissima Teresa / Byron occupatissimo – e contento in mezzo alle occupazioni – dà a me l’incarico di scriverti in dettaglio tutte le nostre notizie. – La principale, e che più ti interessa, l’hai già intesa di lui – cioè che sta bene, che stiamo bene – e che il suo e nostro animo è, e sarà sempre lo stesso. Ieri sera 21 luglio alle 4 pom.e abbiamo approdato a Livorno dopo un viaggio alquanto lungo più che si pensava – dalle altre mie lettere, e da Battuzzi[v] saprai e avrai saputo come si tornò in Genova, anzi in Albaro – e come si parti soltanto al Venerdì – Ciò che non puoi aver saputo è che alla tempesta che ci aveva cacciato in Porto è seguita una calma nojosa per tutto il Sabato e la Domenica – finalmente – un fresco ponente favorevole ci spinse qui. …”[vi].

Gamba scrive che la partenza da Genova è avvenuta di Venerdì, e il Venerdì precedente il 22 Luglio 1823, data della lettera, era il 18 Luglio. Nella stessa lettera, come si legge, il Conte afferma di essere arrivato a Livorno il 21 e descrive l’accoglienza ricevuta:

“Al nostro arrivo abbiamo ricevuto un saluto di tredici colpi da parte di un vascello ionico, comandato da un certo Signor V.[vii] , al quale Lord Byron aveva promesso un passaggio. E’ venuto subito a bordo del nostro vascello, accompagnato da alcuni mercanti greci, patrioti, che si definivano suoi intimi amici. Quando siamo scesi a terra, queste stesse persone hanno iniziato ad accusar il Signor V. di un essere un bandito e un impostore, capace di venderci ai Turchi”[viii].

Gamba poi prosegue spiegando perché avevano fatto tappa a Livorno:

“Molte ragioni ci hanno indotto a fare tappa a Livorno: dovevamo ricevere informazioni e lettere da parte del venerabile Arcivescovo Ignazio, residente a Pisa[ix]. Sua Signoria doveva sbrigare alcuni affari con il Signor Webb. Era necessaria una fornitura di polvere da sparo e di altre merci inglesi che non si potevano trovare altrove; ed infine dovevano essere presi a bordo il signor V. e un gentiluomo scozzese, il Signor Hamilton Browne, che [Byron] conosceva solo per lettera”[x].

Proprio mentre era a bordo dell’”Hercules” nel porto di Livorno, Byron ricevette un messaggio da parte di un altro gigante della letteratura mondiale con il quale aveva un rapporto di grande ammirazione reciproca: Wolfgang Goethe, da molti considerato il più grande poeta tedesco. Il messaggio conteneva dei versi che Goethe, sapendo della missione intrapresa da Byron, gli aveva dedicato:

“Una parola amichevole segue un’altra da sud e ci porta ore felici; ci chiama a vagare verso il più nobile dei luoghi, ma, anche se lo spirito non lo è, il piede è legato. Come posso a quello che ho accompagnato per così tanto tempo, ora dire qualcosa di  familiare in lontananza? A lui, che nega se stesso nel suo intimo, fortemente abituato a sopportare il dolore più profondo. Sia benedetto se si sente se stesso! Lui stesso osa dirsi molto felice, quando il potere delle muse vince il dolore; e come io l’ho conosciuto, forse lui conosce se stesso”[xi].

Questa fu l’immediata risposta di Byron che attesta quanto stimasse il poeta tedesco:

“…Non posso ringraziarvi quanto dovreste esserlo per i versi…e sarebbe folle da parte mia pretendere di scambiare versi con chi da cinquant’anni è il sovrano indiscusso della letteratura europea. Dovete perciò accettare i miei ringraziamenti in prosa….Sono salpato da Genova alcuni giorni fa, sono stato riportato indietro da una burrasca di vento e sono salpato di nuovo e arrivato qui, a Livorno, questa mattina per ricevere a bordo alcuni passeggeri greci che lottano per il loro paese… Qui ho anche trovato i vostri versi…e non avrei potuto avere un augurio più favorevole, una sorpresa più gradevole di una parola di Goethe scritta di suo pugno…”[xii].

Wolfgang Goethe ritratto nel 1828 (da Wikipedia)

[i] “A narrative of lord Byron’s last journey to Greece. Extracted from the journal of Count Peter Gamba, who attended His Lordship on that expedition”,  John Murray, Albemarle Street, Londra  1825.  

[ii] Il Dottor Francesco Bruno, giovane neo-laureato, gli era stato consigliato dal Dottor James Alexander, medico inglese di Byron a Genova.

[iii]Il principe greco Alessandro Maurocordato (o Maurogordato) era membro di una nobile famiglia originaria dell’isola di Chio. All’età di 20 anni andò a Bucarest come segretario del Principe Caradja che era suo zio materno. In seguito alle vicende politiche rumene, il Principe Caradja andò in esilio in Svizzera e poi a Pisa portando con sé il giovane segretario. A Pisa il Principe, che era un acceso sostenitore dell’indipendenza della Grecia contro la dominazione dell’Impero Ottomano, conobbe Byron e contribuì a rafforzare il desiderio del poeta di recarsi in Grecia. Maurocordato partecipò insieme a Byron alla difesa della città di Missolungi assediata dagli Ottomani e fu proprio a Missolungi che Byron trovò la morte nel 1824. Quando la Grecia conquistò l’indipendenza, Maurocordato entrò in politica e fu Primo Ministro per diversi mandati. Morì nel 1865 all’età di 74 anni.

[iv] “Byron’s writings in Greece, 1823-4”, edited by Peter Cochran, “Cephalonia journal, June 19th – December 7th 1823”. Da Internet: petercochran.wordpress.com. Traduzione dell’autore.

[v] Giacomo Battuzzi era segretario del Conte Gamba.

[vi] “Byron’s correspondence and journals 16: from Greece, July 1823-april 1824”, edited by Peter Cochran,  pag. 6 (Fonte: testo da copia dattiloscritta, Keats-Shelley House Roma; LJ VI; Byron’s part, BLJ XI). Da Internet:  petercochran.wordpress.com.

[vii] Il cognome di questo greco era Vitaly, cfr. Carlo Piola Caselli, “Pietro Gamba e Lord Byron in Grecia”, Quaderni del Museo Europeo, n° 1, Roma 2024, pag. 52, nota 163.

[viii] “A narrative of lord Byron’s last journey to Greece..” cit. pag. 13. Traduzione dell’autore.

[ix] Ignazio, Arcivescovo di Arta e patriota, era esule a Pisa.

[x] James Hamilton Browne era uno Scozzese filoellenico che accompagnò Byron nella spedizione e che contribuì a far avere il primo dei due prestiti che la Gran Bretagna fece ai patrioti greci.

[xi] Johan Wolfgang Goethe, “Gedichte”, Ausgabe letzer Hand 1827, 17 “An Lord Byron”.  La traduzione è dell’autore con l’aiuto della AI.

[xii] “Byron’s correspondence and journals 15: from Genoa, October 1822-July 1823” Edited by Peter Cochran, Byron to Johann Wolfgang von Goethe, from Leghorn, July 22nd 1823, pag. 10. (Source: Dr. Wilhelm Dorow, Facsimile von Handschriften berühmter Männer und Frauen aus der Sammlung des Herausgebers, (Berlin, 1836), No 4, facsimile No. 1; LJ VI 237-8; BLJ X 213). Traduzione dell’autore.

E’ ancora Pietro Gamba che ci informa sulla data di partenza da Livorno:

“Siamo rimasti in porto per due giorni…Siamo partiti da Livorno il 23 di Luglio con vento favorevole e tempo delizioso”[i].

Così, come era accaduto quasi esattamente un anno prima per Shelley, anche per Byron è stata Livorno l’ultima città italiana toccata prima della morte. Per Shelley la morte arrivò dopo pochi minuti, in mare, naufragando davanti a Viareggio. Per Byron arrivò nella città greca di Missolungi, assediata dagli Ottomani, il 19 Aprile 1824.


[i] “A narrative of lord Byron’s last journey to Greece..” cit. pag. 15. Traduzione dell’autore.

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