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Presso la National Gallery of Art di Washington è conservata un’immagine in bianco e nero, datata gennaio 1945, che ritrae il tenente Frederick Hartt tra le rovine di piazza Grande, a Livorno.
Il giovane professore, profondo conoscitore dell’arte italiana e che durante la Seconda guerra mondiale ebbe il ruolo di tenente nella Divisione Monumenti, Belle Arti e Archivi dell’8a Armata Americana (MFAA), è ritratto insieme a un frammento di una scultura: una misteriosa testa in marmo riproducente un volto femminile.
Le ricerche condotte mi hanno portato ad ipotizzare che quella testa possa provenire dalla facciata della chiesa dei Greci-uniti. Innalzata nel Seicento e arricchita nel tempo con importanti apparati decorativi e liturgici, all’inizio del Settecento la chiesa fu dotata di un’elegante facciata in marmo attribuita a Giovan Battista Foggini, con il probabilmente apporto di Andrea Vaccà per la parte scultorea. Al Vaccà è infatti attribuita la realizzazione di due sculture con le figure allegoriche dell’Innocenza e della Mansuetudine, adagiate sul timpano spezzato della facciata.
Durante la Seconda guerra mondiale la chiesa fu quasi completamente distrutta; dalle rovine emergevano soltanto la zona absidale, col campanile, e parte della facciata.
In tali tragiche circostanze rimase danneggiato anche l’apparato scultoreo del Vaccà; in particolare, le foto dell’epoca mostrano la statua della Mansuetudine mutilata nella parte superiore.


Purtroppo, non sono riuscito a reperire immagini frontali della statua in questione nelle sue forme originarie, ma le sue dimensioni e l’aspetto potrebbero essere compatibili con il frammento recuperato da Hartt.
Secondo Riccardo Spinelli, autore di una monografia sul Foggini, nell’archivio fotografico della Soprintendenza di Pisa è presente la foto di una testa femminile la cui didascalia indica provenire dalla chiesa dei Greci Uniti; tuttavia, la sua attuale ubicazione è sconosciuta e non c’è modo di verificarne la corrispondenza, che comunque, da quel poco che si riesce a desumere dalle foto d’epoca, non sembra compatibile con la scultura della facciata.
Fatte queste premesse, nel gennaio 2023 sono entrato in contatto con la “The Monuments Men and Women Foundation” di Dallas e ho avuto la fortuna di interfacciarmi con la dott.ssa Anna Bottinelli, la quale, dopo aver effettuato una ricerca nell’archivio della fondazione, ha reperito un rapporto ufficiale del 22 gennaio 1945, del quale mi ha tradotto alcuni passaggi:
“parti della facciata [della chiesa dei Greci Uniti] … sono crollate e l’ufficiale dell’MFAA [Fred Hartt] era rimasto sconvolto di trovare per strada frammenti di una magnifica testa in marmo in stile barocco, appartenente a una delle statue, e lì vicino un braccio, una mano, e un pezzo della veste. Con l’aiuto di due soldati italiani, questi preziosi reperti sono stati caricati sulla jeep, avvolti in coperte, e portate al Vescovo”.
Premesso che la datazione del rapporto è coerente con quella della foto, non si può escludere che il documento si riferisca proprio alla testa riprodotta nell’immagine.
Tuttavia, la dott.ssa Bottinelli mi ha anche riferito che il frammento non risulterebbe tra le collezioni del Museo Diocesano. Pertanto, ho preso contatto con il prof. Giangiacomo Panessa, già Console onorario della Repubblica Ellenica e profondo conoscitore delle vicende relative alla comunità greca di Livorno. Il prof. Panessa ha suggerito che molto probabilmente il frammento oggetto del presente studio potrebbe far parte del contenuto di sette casse contenenti beni appartenenti alla chiesa dei Greci Uniti, che negli anni Cinquanta furono spedite a Roma, presso la Congregazione delle Chiese Orientali, con l’impegno alla successiva restituzione; impegno che, nonostante l’interessamento dello stesso prof. Panessa, in realtà sarebbe poi rimasto disatteso. Così come sono rimaste disattese alcune mail che ho inviato al Vescovo Simone Giusti e agli uffici culturali della Diocesi per cercare di promuovere, se mai ce ne fosse stato bisogno, il loro interessamento sulla questione.
Così, a distanza di ottant’anni dalla fine del secondo conflitto mondiale, una parte del patrimonio storico-artistico probabilmente giace ancora dimenticata in qualche deposito, lontano dalla città e dalla memoria dei livornesi.

